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Permacultura & Politica: Gli spazi pubblici sono sogni comuni

Non si capisce come possa certa permacultura parlare di ecovillaggi, senza prima aver distinto nella testa degli scolari uno spazio PRIVATO da uno PUBBLICO

tratto dal libro
    PO LOTTERIE
M.P.B.M
Teta

Raccolta-fondi per l'acquisto di un essiccatore domestico da assegnare il 30 gennaio 2024 tramite VOTAZIONE ONLINE ad una delle seguenti COMUNITA' ECOLOGICHE

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NOTA BENE ► Non premiamo biofeudatari privati ma ASSOCIAZIONI PROPRIETARIE DI TERRA con STATUTO DEMOCRATICO che praticano la OFFERTA LIBERA ed il DIVIETO DI LUCRO sui bisognosi di conforto, luce e sapere.

di A. Francesco Papa

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Uno “spazio pubblico” è uno spazio che non è mio, suo o di quell’altro, ma “nostro”.
Essendo “nostro”, noi come lo governeremo, esattamente?
Quale metodo utilizzeremo, di preciso, visto che non deve soverchiare l’interesse mio nè quello tuo, ma deve emergere l'interesse comune ad entrambi?


La difficoltà non è di poco conto, perchè anche un permacultore professo storcerebbe il naso dinanzi ad una madre-terra amministrata da pochi eletti (o non eletti) per il tramite di Parlamenti, Tribunali ed Eserciti globali.
La Terra, quindi, è il più capiente degli “Spazi Pubblici”, all’interno del quale esistono però nicchie di competenza esclusivamente singolare, privata, come il nostro gabinetto, ad esempio!
Questo è in sintesi il fattaccio: ci sono sfere in cui il “pubblico”, il Collettivo, non può e non deve entrare, anche se la Terra è tutta “cosa nostra”, ed il nodo da sciogliere è:

 

Quant’è largo e fino a dove si può estendere lo spazio privato, esclusivamente e totalmente personale?


Sicurissimamente è bene che il nostro bagno rimanga personale, ma sembra meno buono che una spiaggia, un’isola, un museo o il colosseo prendano a fare parte della collezione privata di qualcuno.
Su questo preciso punto si innesta la possibilità ma soprattutto la necessità che di quando in quando la permacultura si allontani dalla sponda anarchica in cui adorabilmente corre e zampetta, per cominciare a fare se non un trattato almeno un abbozzo di discorso politico.

 

Gli spazi pubblici sono sogni comuni


Nel momento in cui noi come ecovillaggio abbiamo un sogno comune, dovremmo pur avere un spazio all’interno dell’ecovillaggio in cui qualcosa sia organicamente comune! Fosse solo una statua, un simbolo!
“Organicamente” è qui utilizzato come sinonimo di “seriamente”, “integralmente”, “sinceramente”; "amministritivamente", "giuridicamente", "legalmente".
Se dentro un ecovillaggio quel campo li non è burocraticamente “nostro” ma “suo”, lavorandoci a conti fatti sto facendo il bracciante agricolo per quella famiglia li ed i suoi eredi; anche se i frutti vengono poi “generosamente” condivisi a tavola con tutti gli altri membri dell’ecovillaggio, questa è praticamente filantropia, impresa gatesiana, non proprio “famiglia”.
E la beneficienza, si sa, oggi c’è e domani può non esserci.

 

Ma quella dei genitori resta per sempre

 

 

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La permacultura si perde così spesso in un bicchier d’acqua!
L’esperienza di persone che comprano cascine o le ereditano e poi, conservando la proprietà, si dichiarano o vorrebbero dichiararsi fondatori di ecovillaggi, non è così rara. Essi non pensano a fare il primo logico passo: trasferire la proprietà materiale ad una collettività materiale chiaramente individuata attraverso una associazione reale con statuto democraticamente discusso in una assemblea fisica e infine sottoscritto (o bocciato) dai partecipanti.

 

Ma del resto, se i wwoofer sono disposti a lavorare gratis, perchè fare tutta questa fatica?


Ora, in fondo è solo un “BENE COMUNE” giuridicamente consacrato tale che legittima l’esistenza di uno spazio autenticamente “pubblico”, grande come uno Stato o piccolo come un ecovillaggio.
Compreso questo, si comprende come anche la permacultura possa del tutto naturalmente farsi cultura politica. Ma la permacultura è realmente cultura politica? No, Bill Mollison si irriterebbe.
La percultura è cultura agricola? Neppure. Se lo fosse, il Padre l’avrebbe battezzata “permacoltura” e non “permacultura”!
Ma se la permacultura, quando parla dei doverosi “spazi pubblici” e “sogni comuni”, non è cultura politica, cos’è praticamente? E’ cultura sociale, educativa, spirituale?

 

Neppure!

 

La permacultura è quel che già sappiamo e che abbiamo detto mille altre volte: “cultura permanente per il mantenimento della Terra”.

Pertanto… ed ecco qui un finale test di permacultura: in una terra che corre il rischio di essere privatizzata tutta o nei suoi aspetti migliori (inclusi giardini, parchi, valli, fiumi, mulini e cascate), la permacultura è quella cultura che mantiene comune e non singolarizzata la gestione dei “BENI COMUNI” (ad es. aria, sole, fabbriche strategiche e montagne) anche dal punto di vista giuridico (quindi militare). Per raggiungere questo scopo in un mondo invaso da avide ombre, si farà anche LOTTA POLITICA e CULTURA POLITICA (nessun permacultore tremi e urli dalla paura, si tratta soltanto di andare a votare quando e se richiesto!).

Invece in una Terra in cui gli uomini si comportano naturalmente bene con gli altri uomini, gli animali e le piante, non serve imbracciare nessun “fucile” (nessuna penna votante), ma può restare tranquillamente serena, anarchica, a fare cerchi sciamanici e corsi di permacultura interiore, galateo e nulla più. Sarà quanto basta per far funzionare le cose e mantenere oliato l’ingraggio sociale.

Perciò la permacultura, in quanto “cultura permanente per il mantenimento della Terra”, non può fissarsi nell’uno o nell’altro aspetto, anarchico o politico, ma deve essere morbida e adattarsi alle necessità storiche che, come Natura insegna, cambiano nel tempo. Ma questo lo può fare solo una permacultura adulta, flessibile, che lascia ai bambini i capricci dell’infanzia e ai fondamentalisti ogni amore cieco per l’anarchismo e l’astensionismo, oggi altresì chiamato “libertarismo” (cugino postumo del liberismo).

 

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