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Permacultura & MUTUO-AIUTI REPORT n.1 - SICILIA, Messina, ottobre 2013

SPUNTI PER UNA PERMACULTURA APPLICATA: cosa ha fatto il Gruppo di Mutuo-Aiuto REGIONALE a Messina nell'ottobre del 2013.

tratto dal libro
    PO LOTTERIE
M.P.B.M
Teta

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di A. Francesco Papa

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Il Gruppo di Mutuo-Aiuto Sicilia, questo mese si è riunito all’A.P.E1 di Furci (in provincia di Messina), per prestare il suo soccorso pedagogico ai bambini di quelle parti.
La prima sera abbiamo visitato Savoca dove - grazie alla consulenza botanica di Alessandra Delle Pezze - abbiamo avuto modo di osservare da vicino una certa quantità di spontanee utili e meno utili.

La cittadina è molto piccola e le passeggiate serali molto suggestive. Le specie più evidenti che sembrano essersi ben naturalizzate nel paese sono il cappero e l’artemisia. Ma certo di notte non si vedeva un granchè! Poiché un estratto dell’artemisia è utilizzato in agricoltura biologica nella lotta contro i parassiti degli agrumi, si è ipotizzato potrebbe risultare benefica una consociazione agrumi-artemisia. Noi non sappiamo se l’intuizione sia corretta e solo la sperimentazione diretta sul campo da parte di qualche bioniere potrà dirci in futuro qualcosa di più.
Il nostro cicerone, Andrea, ci ha guidato verso punti altissimi dai quali abbiamo ammirato splendidi panorami inghiottiti dal buio. Da lì, l’occhio attento di Alessandra ha individuato un albero attorno al quale abbiamo riflettuto mezz’ora per cercare di carpirne il nome.
L’esemplare aveva un notevole pregio estetico, foglie grandi e ben definite come quelle dell’ibisco, corteccia bianca e affusolata. Alla fine ci siamo arresi e chiesto ad Andrea di investigare oltre nei mesi a venire.
Qua è là nel paesino compaiono interessanti intarsi in legno e pietra, che data la ridondanza di certi elementi – alcuni dei quali di difficile interpretazione - fanno pensare al medesimo artista o nicchia di artisti, evidentemente dotati di una inconsueta sensibilità filosofica. Qualcuno del gruppo ha tirato in ballo i massoni.
Siamo tornati a casa che era già tardi, abbiamo mangiato e siamo andati a letto. Ma alcuni hanno preferito farsi il bagno a mare prima di andare a letto.
Il giorno seguente, le due "capesante" (nel senso di cape molto pazienti) - Serena e Tupamaro5 - ci hanno diviso in gruppetti per eseguire i diversi lavori nell'A.P.E, ma io personalmente ho preferito zampettare qui e là per avere modo di osservare e apprendere più cose. Il gruppo che ho seguito meno è stato quello volto alla costruzione dell’impianto di irrigazione.

 

IMPIANTO IRRIGUO

 

Anche se l’operazione sembra difficile, mi è parso di capire che in verità è semplice. Bisogna solo scavare le buche dove sotterrare i tubi e farli uscire dove servono. Naturalmente occorre avvitare bene con un accendino i segmenti di plastica acquistati dal ferramenta (rubinetti, tubi a incastro, “gomiti” + innesti). Il rubinetto sta sempre aperto se immediatamente DOPO predisponiamo un timer (sempre acquistabile dal ferramenta a 40-80 euro). Siccome il tubo di plastica è in genere sottile e tende a schiacciarsi/forarsi (SOPRATTUTTO SE SOTTERRATO SOTTO UNA ZONA ESPOSTA CONTINUAMENTE AL CALPESTIO DELLA GENTE O, PEGGIO, AL PASSAGGIO DELLE MACCHINE) dobbiamo scegliere di procedere secondo uno dei 4 seguenti modi:

  1. Interrare il tubo in fondo allo scasso e cementificare. Il cemento lo proteggerà a dovere nel tempo.

  2. Mettere il tubo più piccolo dentro un tubo più largo e robusto.

  3. Organizzare una rete di tubi di irrigazione A VISTA (in superficie) e poi coprirli con opportuni rampicanti.

  4. Interrare tubi di ferro (costano di più).

 

WELCOME BOW

 

Sante e Tupamaro4 si sono occupati dei 2 archetti di benvenuto. Anche questi, farli è meno complicato di pensare di farli. Sono state utilizzate 4 travi flessibili di ferro (una coppia per ogni arco) lunghe ognuna 6 metri. Il diametro ideale era di 12mm, affinchè la tensione elastica non andasse persa. Dopo aver realizzato dei piccolissimi buchi non scavando nel terreno ma per pressione (cioè battendo con un martello su un “chiodo” gigante fino alla profondità di 50 cm), alla distanza reciproca di 2 metri, sono state incastrate le travi (riempiendo poi le buche di ghiaino) e il primo arco è stato fatto. Tra i due archi, Sante ha poi predisposto un cannicciato tenuto insieme da filo di rafia. Bisognava saper fare i nodi. Ha provato a spiegarmi la manualità ma non riuscivo a seguire.
Naturalmente, lo scopo di simili strutture in permacultura non è solo quello di avere bei fiori all'ingresso: serviranno da sostegno a "rampicanti utili" e allo stesso tempo ornamentali come l'Apios tuberosa2.

 

LA LASAGNA GIARDINIERA

 

Il mantovano di cui non ricordo il nome si è occupato della realizzazione di un bancale “a lasagna”. Philip di Copenaghen invece ne ha fatto uno detto “frescone”. La differenza tra i due è che il primo in estate andrà in estrema aridità, il secondo invece tratterrà meglio l’umidità. Questo è dovuto al fatto che la lasagna è un bancale non interrato ma in rilievo, quindi più esposto alle temperature esterne. Ma la lasagna, diversamente dal frescone, funziona come una compostiera perenne imbucata nel terreno: il materiale va aggiunto continuamente man mano che il livello di terra scende visibilmente, perché non c’è tanta terra lì dentro! Ma, più che altro, materiale organico. L’altra grossa, importantissima differenza, è che per fare una lasagna NON BISOGNA SCAVARE CAPIENTI BUCHE PER TERRA; per il frescone invece si. Ne avremo la forza?
Per realizzare una lasagna, dopo aver sfalciato/eradicato l’erbaccia presente diciamo in 5mq e delimitato l’area e l’altezza (di solito 40cm) con legno o pietre, si copre con:

  1. Cartone per soffocare l’erbaccia. Dopo 1-2 anni il cartone si sarà decomposto, ma non importa, in quel tempo semi e radici delle precedenti infestanti saranno morte.

  2. Terra setacciata3.

  3. Strato verde di sfalci. Qualunque vegetale finchè è VERDE contiene azoto! Quando secca, l’azoto si è gassificato e perciò contiene tutto meno che azoto (a meno che non si stia utilizzando pacciame di azoto-fissatrici).

  4. Strato di pacciame SECCO.

  5. Verde-secco-verde-secco etc etc fino all’altezza desiderata.

  6. Altra terra setacciata.

  7. Paglia.

Come per una vera lasagna a più strati, anche qui dipenderà dall'estro dello "chef" inserire o meno un terzo strato o più di terra setacciata.


Il comune problema agricolturale che è emerso alla sera discutendo in salotto - fra le note acquose del TANK DRAM - è stato quello delle lumache/limacce. Ho scoperto che le chiocciole sono le lumache-col-guscio e sono poco aggressive in un orto. Queste sono pure commestibili mentre le altre (quelle senza guscio) no, quindi solo le limacce sono di difficile gestibilità. Sebbene decomposte diano azoto a un terreno, bisogna prima raccoglierle ed ucciderle! Qualcuno proponeva la classica anatra mollisoniana come soluzione, ma Alessandra giustamente osservava che l’anatra non è una cosa, bisogna costruirle l’habitat prima di ospitarne una! Nel frangente dimenticai di suggerire che, se di un’anatra non ce se ne può per vari motivi prendere cura, la si potrebbe sempre “affittare” per qualche giorno da chi la tiene abitualmente nel ragusano, quel tempo che basta a ridurre la calamità naturale.
Pare che aglio, cipolle, cicoria, alchechengio, e un certa precisa varietà di fagiolino non ben identificata siano poco masticate dalle limacce, ma per il resto sono inarrestabili. Data la voracità delle bestiole e l’accuratezza dei “lavori”, Tupamaro7 ha ipotizzato che la stessa agricoltura sinergica sia l’invenzione di una lumaca, ma io non vedo il cospirazionismo come origine di questo problema. Poi Alessandra ci ha raccontato qualcosa sulle mirabili strategie di sopravvivenza del ditisco, la “tigre degli stagni”, e dopo aver gustato per la prima volta l’Annona ceratonia, frutto tropicale offerto a tutti noi da Tupamaro7 direttamente dalle sua coltura a Catania, sono andato a letto.
Il giorno seguente abbiamo cercato di completare i lavori.

 

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IL FRESCONE

 

Il frescone di Philip Delle Pezze prevede l’utilizzo dei seguenti strati:

  1. Pale di fico d'india trinciate.

  2. Paglia.

  3. Ramaglie e legna secca.

  4. Foglie fresche.

  5. Terra a volontà. Deve essere setacciata bene per riempire quanto più possibile gli anfratti. Deve essere abbondante perché le piante non devono incontrare con le loro radici lo strato di legna secca!

Con questo metodo di costruzione del bancale, si scava tanto e faticosamente, fino in fondo presso un determinato punto. In questo caso abbiamo usato anche paglia micelizzata, di cui in futuro - se lo reincontro - mi farò spiegare bene da Philip come si ottiene; in realtà l’ha detto ma in quel momento ero troppo stanco per applicare il cervello alle sue parole. Forse anche per questo mi sono dimenticato di fare la seguente osservazione: “Se il bancale spunta al sole, perché cercare di coltivare qui funghi, che sono creature d’ombra?”. Il micelio è il corpo microscopico o “polverizzato” del fungo, mentre i funghi che mangiamo – scoprii quel dii sotto il sole – sono nientemeno che i loro enormi organi riproduttivi.

 

LA PATATAIA

 

Andrea il cicerone di Savoca si è occcupato della realizzazione di una Patataia, dal momento che li vicino cresceva un canneto e perciò il materiale necessario era gratuitamente disponibile (anche se una buona canna “da lavoro” va stagionata almeno 1 anno in luogo secco e raccolta a Gennaio – dopo la fioritura). Ho seguito poco questi lavori e non sono sicuro che siano stati completati. L’obiettivo era realizzare una specie di “vaso” con del cannicciato, alto 1m/1,5m e di 50cm di diametro. Come qualcuno saprà, la patata cresce su se stessa e piantumandola alla base del vaso e versando sistematicamente terra sopra di essa, dopo un certo tempo la patata percorrerà tutto il metro di altezza spuntando come un fungo dal “fusto”. A quel punto, spezzando il vaso di canne, otterremo – a detta di Andrea – 40-50 kili di patate. Ho dimenticato di informarmi esattamente in quanti mesi otterremmo questi 40-50 kili di patate.
Sul dorso del vaso di canne cresceranno piantine ed erbacee che potranno essere erbacee utili se ne sapremo guidare la propagazione.

 

L’IMMANCABILE
SPIRALE DELLE AROMATICHE

 

L’ultimo più evidente macro-lavoro è stato la spirale della aromatiche. Se n’è occupato principalmente Mimmo, il quale aveva già seguito un corso per fare muretti, e infatti si è visto: il risultato è stato molto bello. Realizzare un muretto non ha presupposto - almeno in questo caso – nessun tipo di fondazione.
Il disegno a spirale va prima disegnato per terra in qualche modo (un geometra sarebbe stato più rapido, sicuro e preciso) e poi “mantenuto” con dei paletti, stabili anche quando cominceremo a versarvi sopra la terra. Le pietre sono state messe una accanto all’altra e una sopra l’altra seguendo dei semplici criteri:

  1. Punte di sotto e basi piane di sopra.

  2. Impilatura a V e non a I.

  3. Farcitura degli interstizi con pietre più piccole.

L’opinione personale che mi sono fatto di questo lavoro, è che bisogna essere gran spalatori dotati di gran forza e gran pazienza, perché pare non si finisca mai di scavare per riempire quelle benedette buche, apparentemente minime. Mimmo in mezzo ci ha messo pure tronchi per abbreviare i tempi. Poi, l’altra cosa che ho capito è che oltre la tecnica bisogna avere gusto nello scegliere singolarmente ogni pietra che andrà a formare il muretto. Quanta più cura si metterà in questo passaggio, tanto più “artificiale” sembrerà l’opera finale, quindi non-banale. Infatti accanto alla nostra c’era un’altra spirale delle aromatiche frutto di precedenti lavori, ma vuoi per le pietre usate vuoi per l’incuria, non sembrava che lì uomo avesse avuto ruolo di sorta.
Tutto intorno all’aiuola abbiamo infine decorato con ghiaino, spalato da me personalmente dall’altra parte del piccolo parco, ma ho dimenticato di suggerire che sarebbe stato meglio mettere sotto un telo di plastica, perché lo strato di ghiaia aggiunto era troppo sottile per contrastare il potente apparato di gramigna che rinascerà orgoglioso con le prime piogge invernali.
Alla sera, per lo stupore di Chiara (la figlia di Mimmo), Philip ha acceso un fuoco in un barattolo. Era la Lucia Stove (che NON è la Rocket Stove). Attraverso un semplice sistema di fori e controfori, il barattolino produce carbone attivo. Il carbone attivo può avere molteplici usi:

  1. Assorbe le tossine (e perciò può essere messo a strati sotto i bancali di terra inquinata).

  2. E’ materia prima per ottenere le fibre di carbonio necessarie per fare le matite.

  3. Agisce da filtro depuratore dell’acqua, quello che la caraffa “Brita” fa pagare a molti ogni mese.

  4. Correttamente adoperato, può avere funzioni mediche (per ingestione o contatto con la pelle).

La qualità del carbone attivo dipende dalla qualità della legna inserita (dev’essere anch’essa stagionata!). Il carbone attivo ottenuto tramite la lucia stove è puro all’80%, mentre quello comprato lo è solo al 60%. Ciò significa che è più “affamato” di sostanze organiche con cui reagire. E’ infatti la grande instabilità del carbonio che lo fa dire “attivo”. E’ “attivo” perché tende a reagire con tutto; anzi, se lo mettiamo in un terreno ben fertilizzato (azotato), è assai probabile che il carbonio attivo si “mangi” tutto l’azoto. Non sono un chimico ma presumo che ciò sia dovuto a qualche forma di insaturazione da parte della nuvola elettronica. Il vantaggio dell’uso di una lucia stove, consiste nel fatto che funge da comodo fornello OVUNQUE ci sia legna secca (ma bisogna avere un accendino o una pietra focaia per appiccare la scintilla iniziale). Concentra la fiamma, non produce fumo, non bisogna strofinare legnetti e perciò ci libera in mezzo alla foresta dalla schiavitù del gas e del metano, ma certo non tutti i ferramenta la vendono! Forse è meglio che la rete permaculturale italiana se la auto-produca, un po’ come l’arcolaio di Gandhi che nel 1934 divenne simbolo del suo partito? Lo svantaggio di una lucia stove consiste in qualcosa cui ha alluso Philip nello spiegarci il funzionamento: va alimentata con estrema attenzione perché altrimenti si spegne. Ciò vuol dire che non potremmo “metter su l’acqua del tè” e conversare lietamente coi nostri amici come un occidentale è abituato a fare in cucina. Ma dovrei personalmente provare con pentoloni più grandi per valutare definitivamente pregi e difetti. Per finire, nella mia pagina degli appunti sul carbone attivo ho segnato questo dato: “asciugare nel forno per mezz’ora a 350°”, e non ricordo a cosa si riferisse. Chiederò a Philip quando lo reincontrerò.
Sono andato via domenica a pranzo, prima di vedere completati gli altri due bancali a fagiolo di cui non ho capito il fine e il carattere.
Un ragazzo di cui non ricordo il nome ha portato a pranzo del pane fatto con farina al 30% di canapa alias mariuana, ma non abbiamo avuto visioni in quanto la canapa usata era la Canapa sativa, e non la Canapa indica, che ha un contenuto molto più alto di principio attivo (TLC). Infatti la prima è legale, la seconda no.
La farina di canapa si ricava dai semi (macinati), mentre Guglielmo accennava a una certa pianta – di cui mi informerò in futuro – chiamata “tifa”, importante in permacultura perchè offrirebbe farina sottoforma di polline, quindi senza ricorso a macchine speciali e strumenti costosi per la trebbiatura e la macinazione.

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colomba
La colomba della pace vola di sito in sito. Aiutiamola a farle fare il giro del mondo portandola anche nel nostro spazio web! Questa è arrivata qui MERCOLEDI' 15 MARZO 2017, alle ore 14:57 da www.toscanafantasy.com
NOTE A PIE' DI PAGINA

1 A.P.E - Aula Permanente di Ecologia. Spazi verdi di proprietà del Comune, gestiti da un'associazione locale in collaborazione con una scuola, affinchè bambini/studenti possano sperimentarsi settimanalmente o mensilmente in pratiche di giardinocoltura.

2 I tuberi di questa pianta sono croccanti e nutrienti, con un alto contenuto di amido e specialmente di proteine. Sono edibili anche i semi. La pianta era una delle più importanti coltivazioni ad uso trofico nell'America settentrionale pre-occidentalizzazione. E' anche una azotofissatrice!

3 In un precedente mutuo-aiuto, sempre a Messina, da certo Sante, utilizzammo allo scopo la RETE DI UN VECCHIO MATERASSO. Inclinandola a 45° e fissandola in qualche maniera, gettandovi addosso la terra spalata, la terra veniva filtrata come per incanto! I sassi e sassolini più grossi cadevano infatti più in qua dalla rete, mentre sotto la rete si accumulava il materiale più fine. Naturalmente, più fine è il maglio, più efficace sarà il setaccio.